A tu per tu con l’Alzheimer: l’esperienza di don Maurizio: da missionario in Medio Oriente a missionario fra le mura domestiche

Ho capito che il valore di una persona non si misura da ciò che è capace di fare, ma da ciò che è, anche quando il suo essere è segnato dalla fragilità e dalla malattia.

Mi chiamo don Maurizio Spreafico, ho 58 anni, sono un sacerdote salesiano da quasi 30 anni. Ho svolto il mio servizio in Italia per circa 15 anni, prima a Bologna, poi a Milano e quindi a Roma fino al 2002. Nel 2003 sono partito come missionario in Medio Oriente, dove ho vissuto 9 anni, in Egitto, Siria e Terra Santa. Sono rientrato in Italia alla fine del 2011, poiché entrambi i genitori si sono ammalati seriamente, il papà con problemi cardiorespiratori e la mamma con l’Alzheimer; ho vissuto in casa con loro a tempo pieno per quasi 2 anni per assisterli e accompagnarli fino alla morte di papà e al ricovero di mamma alla San Pietro, il 29 aprile 2013. Insieme all’unico mio fratello sposato e con un’impegnativa attività professionale abbiamo condiviso dapprima la scelta di accompagnare la mamma in casa e successivamente di affidarla alla San Pietro.

Cosa ha significato per la tua vita scoprire che tua mamma ha l’Alzheimer? Come sono cambiati i tuoi rapporti con lei?

Mi sono accorto dei primi sintomi dell’Alzheimer durante l’estate 2011, quando sono rientrato dal Medio Oriente per passare qualche giorno a casa. Quando poi sono rientrato definitivamente dalla missione a fine 2011, ho cercato di stare accanto alla mamma e al papà per aiutarli e sostenerli nelle loro necessità. Certamente non è stato facile accettare che la mamma non era più quella di prima, si confondeva, perdeva la memoria, voleva fare delle cose strane, ecc. Ma poi gradualmente ho cercato di stargli accanto e di seguirla da vicino per offrirgli appoggio e sicurezza. Io che avevo ricevuto tanto da lei e che ero poi uscito di casa non ancora ventenne per seguire la mia vocazione … mi ritrovo ora in casa a tempo pieno a fargli compagnia, ad accompagnarla in bagno, ad aiutarla a vestirsi, a portarla a fare la spesa, a fare qualche passeggiata all’aperto, ecc. Una vicinanza fatta di piccole cose, che richiede anche tanta pazienza e comprensione.

Nel Paese Ritrovato c’è anche la chiesa, così le persone potranno raccogliersi in preghiera. Dopo il taglio
del nastro le campane hanno suonato a festa.

 

Questa esperienza ti ha cambiato?

Certamente questa esperienza ha segnato profondamente la mia vita in tanti aspetti. Dopo aver vissuto per 30 anni una vita intensa e operosa, fatta di molteplici attività, viaggi, incontri, relazioni, legati al ministero che svolgevo, mi sono ritrovato a vivere una vita più semplice e ordinaria, valorizzando le piccole cose della vita quotidiana. Ho compreso che nella vita, come diceva Madre Teresa di Calcutta, “ciò che conta non è fare molto, ma mettere molto amore in ciò che si fa”. Ho capito che il valore di una persona non si misura da ciò che è capace di fare, ma da ciò che è, anche quando il suo essere è segnato dalla fragilità e dalla malattia.

Come ti trovi alla San Pietro?

Frequento la San Pietro ormai da quasi 5 anni. Quando con mio fratello abbiamo preso i primi contatti con la struttura a fine 2012, ci siamo subito accorti di un ambiente accogliente e rassicurante, professionalmente qualificato e ricco di relazioni. Questa impressione iniziale ha trovato poi conferma con il ricovero della mamma, che subito si è inserita bene e ha permesso anche a noi familiari di vivere il distacco da casa con una certa tranquillità. Ora sto svolgendo il mio servizio in una comunità internazionale a Roma come formatore di giovani salesiani ormai prossimi al sacerdozio. Ogni fine settimana prendo il treno e vengo a trovare la mamma e passo con lei in genere il sabato pomeriggio e la giornata di domenica. Alla San Pietro ci vengo volentieri e conosco ormai tante persone (ospiti, parenti, operatori, personale ausiliario, ecc.) con cui è bello entrare in relazione, parlare, confrontarsi, ridere e scherzare; mi sento in famiglia e posso dire che si respira un clima positivo e sereno, nonostante le inevitabili fatiche della malattia e della sofferenza.

Quando si entra ne Il Paese Ritrovato colpisce la varietà e l’armonia dei colori. Le differenze cromatiche serviranno a favorire l’orientamento degli ospiti della cittadina.

Malgrado la difficoltà e la malattia, quale speranza intravedi non solo come sacerdote ma anzitutto come uomo?

Io credo che la speranza sia fondamentale per ogni uomo, al di là delle sue convinzioni e del suo credo religioso. E credo che per trovare speranza e infondere speranza sia importante curare la qualità delle relazioni. Quando si vivono relazioni serene e positive diventa possibile donare e ricevere conforto, consolazione, incoraggiamento, comprensione, fiducia, condivisione, solidarietà, carità … e tutto questo è fonte di speranza.

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